Stiamo alla frutta, anzi, alla macedonia

Riemergo da una lunghissima conversazione su skype con la mia amica Milla (alla quale ho chiesto adeguata liberatoria), che non sentivo da circa 8 secoli. Mi aveva anticipato un sms che diceva “ti metti su skype e spariamo un po’ a zero sugli uomini?”.

Ovviamente non potevo rifiutare tale invito.

Lei è discretamente inviperita, perchè ha conosciuto un bel tipo. Uno di quelli che sembra NORMALE, niente relazioni scabrose con alcol, droghe, playstation, mignotte, libri di tecniche di potenziamento ventole del motore, etichette del vino, taglie del collo delle camicie.

Escono la prima volta e vanno a vedere una piccola mostra.

La seconda volta, lui la chiama e le chiede di accompagnarlo a comprare delle stampe per la casa.

Terza volta, cena a casa di amici (di lui). E come dicono le riviste, alla terza uscita lei finalmente smolla la bretella del reggiseno.

La quarta, lui si offre di accompagnarla ad un aperitivo tra amiche (di lei).  Ovviamente tutte lo adorano.

Sono passati circa 10 giorni in tutto. Durante il giorno lui la chiama, le manda qualche mail carina al lavoro.

Lei lo chiama un po’ meno, anche perchè lui è molto solerte. Ma ripeto, si frequentano da circa 10 giorni, quindi è tutto molto in fase embrionale, nessuno slancio di troppo, coccole e allegria ma senza correre a scegliere gli asciugamani cifrati.

Il 15° giorno lui la invita a cena. Conversazione brillante per tutta la cena, lui insiste per dividere una macedonia.

Con i due cucchiaini immersi nella ciotola, lui le fa “sai, non credo di essere pronto per questo”.

“Questo cosa?” ribatte lei. “Questo, questa relazione. Non penso di poterti dare ciò che vuoi.”

Lei ovviamente ha acquisito un colorito verdastro, ma si contiene e gli fa “Ma…non credo che tu sappia cosa voglio io. E poi non è prematuro parlare di cosa vogliamo l’uno dall’altra?”.

Lui non risponde, continua a ripetere la stessa frase in circa 100 modi diversi. Alla 101° lei si scazza, si alza per andare in bagno, che fortunatamente si trova prima dell’uscita del ristorante, e prima del loro tavolo, chiama un taxi col cellulare e se ne va.

MORALE: io la forza di commentare questo genere di uomo non ce l’ho. Anche perchè si moltiplicano come i GREMLINS, quindi per la legge dei grandi numeri ogni donna di un’età media pari a 25 anni ne ha incontrati almeno 4.

Però voglio dire…ma millenni di evoluzione vi hanno (a quanto pare) consentito di leggere nel pensiero delle donne, ma non di trovare una scusa migliore???

Goodbye Pola, goodbye great expectations

Leggo un articolo sull’addio alla Polaroid. Articolo brutto, retorico, pieno di nomi di celebrità, tipico di una rivista femminile.  L’ultimo blocco si conclude con una frase paternalistica che suona come “ma non vi preoccupate, appassionati della Pola! sul sito www.polaroid.com è possibile scaricare il tool che trasforma ogni vostra foto in una Polaroid!”.

Allora…a parte che questi della Polaroid non si sono inventati niente, perchè il brush con la cornicetta bianca è un blockbuster di photoshop da anni…a parte che sono razzisti perchè il software al momento è solo per Mac…ma poi che cavolo di risposta è???

Io piango per l’originale, e voi mi date il surrogato???

Ma c’è di più…sempre nello stesso articolo, si cita l’ulteriore surrogato made in Polaroid, la PoGo, apparecchio con stampante integrata che non funziona ad inchiosto, ma a cristalli.

Pensi, farà le foto come le vecchie Polaroid…NO! Le foto non hanno bordi bianchi e sono grandi quanto una carta di credito.

Ergo, una roba completamente diversa!

Intendiamoci: a me delle Polaroid in sè per sè non frega un benemerito.

Ma trovo abbastanza idiota il meccanismo di sostituzione dell’oggetto del desiderio originario, con un altro che non gli somiglia nemmeno.

Questo, e scusate il volo pindarico, può valere per qualsiasi cosa allora: surroghi un grande amore con un tiepido rapporto a due (manco di coppia, a due), una bella amicizia con un futile scambio di pettegolezzi, una bistecca con un hamburger.

Queste sono cose diverse. Che purtroppo a volte siamo tentati dal fare nostre, perchè disorientati dal vuoto che ci ha lasciato la scomparsa di ciò che avevamo prima.

E quindi buttiamo alle ortiche le aspettative, perchè tanto arriva sempre il momento in cui realizzarle sembra un’impresa epica, e cominciamo a pensare che forse puntiamo troppo in alto!

Vabbè, la chiudo qua, perchè capisco che non è possibile fare una digressione sulla sociologia delle relazioni partendo da una macchinetta fotografica.

Ma tanto stavo incazzata e con qualcuno me la dovevo prendere, perchè non prendersela con le giornaliste di Marie Claire, che hanno pure un sacco di vestiti più belli dei miei???

Lost in trasferta

Nel posto dove sono, il cellulare prende a malapena.

Non che abbia ricevuto questo grosso numero di telefonate e messaggi, anzi, direi che le mie comunicazioni GSM con il mondo si attestano a: sms in numero 3, telefonate in numero 2.

La penna per la connessione, invece, va come una scheggia.

Mi sono persa oggi al ritorno dal pranzo. Assurdo, perchè questo posto lo conosco bene, ma ero distratta, canticchiavo e pensavo, e mi sono trovata da tutt’altra parte.

Quando me ne sono accorta, ho deciso di proseguire la strada, e sono arrivata alla città più vicina, dove c’è una libreria che amo molto.

Ho comprato un libro di Graham Greene, che come “scrittore di viaggi” è uno dei miei autori preferiti.

Certo, il fatto di farmi accompagnare in una giornata un po’ confusa dal libro di un autore che soffriva di un disturbo bipolare, può essere una scelta azzardata!

Ma tanto domani torno.

Lavoro per far lavorare

Lavoro in un’agenzia per il lavoro.

Sembra un gioco di parole, ma per me è una filosofia di vita, un’etica.

Al primo colloquio, quando mi posero la fatidica domanda “perchè le interessa questo settore?” risposi che amavo l’idea di lavorare per far lavorare gli altri.

E fortunatamente, lavoro in una società, e ancora più capillarmente in un ufficio, dove hanno sempre regnato le regole della correttezza.

Tra colleghi, con i clienti, con i lavoratori.

Vado a comprare le sigarette, e mi imbatto in una manifestazione di operai di un’azienda che sta per chiudere. Non è la prima nè l’ultima, in provincia.

Il lavoro non c’è, e io lo vedo ogni giorno anche dall’altra parte della scrivania. Anche il mio tra breve si concluderà, tra i rimpianti di tutti, perchè la crisi ci costringe ad adeguarci.

Il mio migliore amico è senza lavoro.

Le mie colleghe (o ex colleghe) sono senza lavoro.

I miei operai sono senza lavoro.

Gli operai che manifestano oggi sono senza lavoro.

Io, tra poco, sono senza lavoro.

Non so se ce la possiamo prendere con qualcuno, o con qualcosa.

So per certo che la situazione è molto triste.

E che prima che arrivi qualcuno in ufficio, farò bene ad asciugarmi le lacrime.

Errori di (s)valutazione

Ho un caro amico che è famoso per avere il metro di giudizio più flessibile al mondo.

In sostanza, si fa due conti, vede quanto gli conviene, e poi applica il giudizio.

Giorni fa esordisce con “vorrei presentarti questa mia cariiiissima amica, veramente una persona particolare”.

L’amica cariiissima è di una spocchia incredibile. Di fattezze molto simili a quelle di un travestito di qualità, gesticola vistosamente, non fa altro che sospirare e cambiare posizione per mettere in risalto il davanzale, quando parla di sè stessa assume un tono da proclama reale.

Per tutto il tempo non faccio che temere che si alzi la gonna all’improvviso.

Dopo un lasso di tempo veramente difficile da identificare in termini di minuti, fingo un impegno improvviso e fuggo.

L’amico cerca di trattenermi, me la scampo con un “se faccio presto ritorno qui”.

Il giorno dopo, telefonata di rito.

Lui: certo che sei proprio una cafona, Mara (nome di fantasia) c’è rimasta proprio male.

Io: ma che dici? Mara non s’è neanche accorta che non c’ero più, anche perchè la visuale della mia faccia le era oscurata dalle sue interminabili zinne.

Lui: vabbè, ma che ne dici di lei? Simpatica, no?

Io: guarda, se è simpatica non lo so. A me sembra più una zoccola di quartiere che si atteggia a zoccola di lusso, di quelle che non si fanno pagare ma accettano i regalini.

Lui: ma guarda, da te proprio non me l’aspettavo! Mara è una donna così auto-ironica, che non ha paura di mostrare la propria vitalità.

Io: senti, quella non mostra la vitalità. Mostra il culo, che è ben diverso!

Lui: io la trovo divertente e simpatica.

Io: e bellapète! Ma scusa poi, come l’hai conosciuta?

Lui: mah sai, aveva una rubrica su una rivista onlain (taccio il nome della rivista e della rubrica, ma vi dico solo che Hugh Hefner ne sarebbe stato tanto orgoglioso), mi sono appassionato, poi l’ho incontrata a Roma al party per il 100° numero della rivista poi, sai com’è…da cosa nasce cosa…ci sono anche andato a letto qualche volta. Una furia, sai? Ora era un po’ che non la vedevo, ma è passata di qui per un viaggio di lavoro e ci tenevo a vederla e darle un pensierino che le avevo comprato per natale.

Io: e quale sarebbe sto pensierino?

Lui: mah niente dai, un’agenda, blabla.

(Per la cronaca, dopo un interrogatorio serrato, scopro che “l’agenda” è un organizer di Prada, costato 400 euro).

Io: 400 euro? aaaah, ora capisco perchè quando me l’hai presentata l’hai introdotta come amica “cariiiissima”!

Uff(lickr)

Io non lo volevo l’account su Flickr.

Perchè secondo me su Flickr le foto ce le devono mettere quelli che le fanno.

Io non le faccio, mi limito a guardarle o al massimo a fare le facce stupide se ne sono il soggetto.

Però Picasa fa schifetto, confessiamolo.

Poi come puoi resistere quando su una pagina lampeggia la scritta “FACCIAMOLO!” ????

De sti tempi, meglio approfittare!!

Famo a capisse

L’ho sentita da lontano, che mi arrivava alle spalle come una zanzara impazzita, e man mano ronzava più forte vicino al mio orecchio. Ho cercato di scacciarla, ma alla fine m’è piombata addosso.

Parlo dell’incazzatura.

Eh già, mi sono incazzata selvaggiamente, proprio ora.

Perchè francamente mi sono stufata di questo meccanismo di due pesi e due misure, secondo il quale io devo “capire”, mentre ad altri questo compito viene abbonato.

Mi sento come una mamma divorziata, di quelle che tutti i giorni combattono per imporre ai propri figli delle regole di vita, che vietano di toccare le prese elettriche, che dicono “però alle 21.00 si va a letto”, che mettono cerotti su ginocchia sbucciate.

Poi, come nella migliore delle tradizioni, arriva il papà che il pargolo non vede mai, gli porta un bel giocattolo ed ecco qua, tu sei l’arpia con i piedi per terra, e paparino è un grande eroe romantico, che porta spensieratezza e ventate di novità.

O viceversa eh, per carità, non vorrei essere presa d’assalto dai papà.

Beh, per quanto la mia pazienza e comprensione generalmente tocchino picchi quasi inumani, a sto giro mi prendo il lusso di non capire.

L’incazzatura beh, quella me la devo tenere. Almeno fino a quando non sarà l’altra metà del cielo a capire quello che capisco io.

La scommessa

Ci vuole. L’ultimo post dell’anno ci vuole sempre.

Anche se viene scritto in un blog che ha una settimana di vita. E anche se c’è una cena che mi aspetta.

Ci vuole soprattutto perchè serve a me. Per rileggerlo l’anno prossimo, e fare due conti.

Ed è così con le mie amiche, ci siamo ritrovate come mille altre volte allo stesso tavolo, con le bottiglie dell’aperitivo (cominciato alle 16.30, ebbene sì), le mille sigarette, le patate a cuocere nel forno.

Una lacrima da ognuna, anche quella ci vuole, sì.

E una scommessa, che ognuna di noi ha fatto per ognuna delle altre due.

Sei scommesse sul tavolo. Il banco, ovviamente, vince.

Mercy, mercy, mercy

Che poi uno dice…ma che te ne fai degli amici?

Dopo anni passati a perdere le mezz’ore intere in salutini, chiacchierine, bacettini e commiatini ad ogni happening sociale, dalla spesa al discount il mercoledi pomeriggio fino al vernissage, un po’ di scrematura dovresti averla fatta, no?

Si, l’hai fatta. Perchè i conoscenti dopo un po’ non te li ricordi più, mentre gli amici li eleggi, e ti fai accompagnare da loro a lungo, per sempre se possibile.

Quelli che poi rimangono sempre al tuo fianco sono quelli che sanno applicare la pietà.

Non nel senso di commiserazione, ma nel senso di non infierire.

L’amica/amico al quale confessi che hai fatto/stai per fare/farai una cazzata grossa come la muraglia cinese, ha tutto il diritto di trattarti come un simpatico agnello in tempi di pasqua.

Ti lascia cuocere nel tuo brodo, ogni tanto butta un’occhio per controllare che non ti bruci, ma non ti infilza con lo spiedo per controllare come cuoci dentro.

Un po’ perchè sa che la ruota gira, e la prossima volta potrebbe toccare a lui.

Ma soprattutto perchè ha piena coscienza del fatto che il migliore carnefice è la stessa vittima.

Quindi l’amico applica la pietà. Se poi è un amico speciale, riesce anche a trovare nella tua cazzata uno o più risvolti positivi che tu non avevi ancora calcolato.

E quindi, nella fattispecie, il mio cuore e tutta la mia riconoscenza sono per Stefania, che mi perdona sempre, e che si fa sempre perdonare.

L’ospite è come il pesce (leggi:squalo)

Non credevo che a cinquanta anni ci si potesse ancora imbucare ad una cena.

No, giuro che non ci avevo mai pensato.

La scena: casa (mia), cartata (che non c’è stata), spaghetto (rigatone) improvvisato.

In effetti, niente di più che una piccola riunione alcolica tra amici.

Ecco qua, arriva l’imbucato. Con moglie al seguito.

Non pesante, per quello basterebbe isolarsi e canticchiare a mente un motivetto divertente.

Arrogante, magnone, iperattivo, fintamente tuttologo, logorroico.

Trasforma una partita di Trivial Pursuit in un palcoscenico per la sua (presunta) conoscenza e per la sua più che esplicita supponenza .

E già, perchè il pesantone parla, parla, parla, ma non sa nulla.

E come in ogni perfetto matrimonio, nonchè come in ogni seria botta di sfiga atavica, dove tace lui, attacca lei.

Ve la risparmio, anche perchè il mio fegato non reggerebbe il ricordo.

Ma vi riporto anche l’episodio iniziale, quello che mi avrebbe dovuto far capire subito che dovevo cacciarli di casa.

Regalano a me e ai miei ospiti (almeno uno dei quali completamente sconosciuto per loro) un biglietto di natale, che dichiarano essere “gli auguri di natale di due atei belligeranti”.

Su questo biglietto sono riportati una serie di fatti, tra i quali: “nacque il 25 dicembre, fu crocifisso tra due ladroni, tre giorni dopo la morte resuscitò”.

Gisus Craist, pensate voi?? ERRORE: “Horus, incanazione egizia del sole, il cui culto risale a circa 5000 anni fa, ovvero 3000 anni prima della religione cristiana”.  Il grassetto è originale, non l’ho messo io.

Allora io penso…a me della religione poco importa. Ma quanto arrogante è questo modo di fare, e quindi di pensare che tutti apprezzino questo gesto??

Allora, a questa splendida coppia di tronfi arroganti, dedico una frase originariamente rivolta a Catilina, il quale a quanto pare è più o meno il loro idolo…

Quousque tandem, Catilina, abutere patientia nostra?